Chi controlla il timone

Cosa la storia ci dice su indipendenza delle banche centrali, inflazione e fiducia dei mercati

Il 22 maggio Kevin Warsh ha prestato giuramento come nuovo presidente della Federal Reserve, raccogliendo l’eredità di Jerome Powell, il cui mandato da chair era scaduto il 15 maggio. La cerimonia si è svolta alla Casa Bianca, con il presidente Trump in prima fila. Dietro la liturgia istituzionale si nasconde però una delle domande più antiche – e meno risolte – della politica economica: quanto deve essere libera dalla politica chi decide il costo del denaro? È un interrogativo che torna ciclicamente, e ogni volta i mercati reagiscono come se fosse la prima.

Quando la banca centrale cede

Per capire perché l’indipendenza conti, conviene guardare a quando è venuta a mancare. Il caso più studiato sono gli anni Settanta. Tra il 1971 e il 1972, secondo le registrazioni della Casa Bianca poi rese pubbliche, il presidente Nixon esercitò pressioni sistematiche su Arthur Burns, presidente della Fed da lui nominato, perché mantenesse bassi i tassi in vista delle elezioni. Burns assecondò: la politica monetaria restò accomodante mentre l’economia surriscaldava, e quando arrivò lo shock petrolifero del 1973 l’inflazione era già fuori controllo. Negli Stati Uniti raggiunse la doppia cifra, e ci vollero quasi dieci anni per riportarla sotto controllo.
La svolta arrivò nel 1979, quando Jimmy Carter mise Paul Volcker al vertice della Fed. Volcker abbandonò la prudenza dei predecessori e applicò una terapia d’urto: i tassi sui fondi federali toccarono punte vicine al 20%, l’economia attraversò due recessioni, la disoccupazione salì all’11%. Fu impopolare al punto da contribuire alla sconfitta elettorale di Carter. Ma l’inflazione fu piegata, e Reagan – inizialmente critico – finì per riconfermarlo. Da quella battaglia nacque il consenso che ha retto per quarant’anni: la stabilità dei prezzi è un bene da affidare a un’istituzione tecnica, sottratta al calendario elettorale.

 

Perché i mercati ci tengono

L’indipendenza non è un feticcio accademico: ha un prezzo misurabile. La ricerca empirica mostra che, nelle economie emergenti, il passaggio da una bassa a un’alta indipendenza della banca centrale può ridurre l’inflazione di lungo periodo anche di oltre dieci punti percentuali. Quando invece la credibilità si incrina, gli investitori chiedono di essere compensati per il rischio di una politica monetaria erratica: nasce un “premio di credibilità” che si scarica sui rendimenti obbligazionari a lungo termine e tende a spingere i capitali verso titoli indicizzati all’inflazione e oro.
Il meccanismo è sottile: la banca centrale controlla i tassi a breve, ma i costi di finanziamento a lungo termine li detta il mercato. Se gli operatori dubitano che l’istituto resista alle pressioni a tagliare prematuramente, prezzano più inflazione futura, la curva dei rendimenti si irripidisce e la valuta si indebolisce. L’indipendenza della Fed è da tempo un pilastro del mercato dei Treasury e del ruolo del dollaro come valuta di riserva: per questo le minacce all’autonomia, anche quando non producono reazioni immediate, lasciano una traccia nei premi al rischio.

 

Il presente: una transizione delicata

Il passaggio di maggio 2026 ha più di un elemento di tensione. Powell ha lasciato la presidenza ma ha scelto di restare nel Board come governatore – carica che scade solo a gennaio 2028 – dopo le critiche pubbliche, gli insulti e perfino un’indagine giudiziaria poi archiviata, mossi dall’amministrazione contro la sua persona e contro l’autonomia dell’istituto. Ne deriva un periodo insolito di leadership sovrapposta, con il nuovo chair e il predecessore seduti allo stesso tavolo. Nella sua ultima riunione da presidente, la Fed ha confermato i tassi al 3,50–3,75% con un voto diviso 8 a 4, segnale che l’indirizzo accomodante voluto dalla Casa Bianca non passerà senza resistenze interne.
Lo sfondo macroeconomico complica il quadro. L’inflazione preferita dalla Fed (PCE) viaggia intorno al 3,5%, ben sopra l’obiettivo, sospinta anche dal rialzo dei prezzi energetici legato alle tensioni in Medio Oriente. Warsh, che alla Casa Bianca ha giurato di restare “totalmente indipendente”, eredita così il dilemma classico: tagliare i tassi come chiede la politica, o tenerli fermi come suggerisce un’inflazione ancora calda. La prima riunione sotto la sua guida, a giugno, sarà il primo vero banco di prova. E i mercati osservano: secondo un’analisi di inizio anno, in uno scenario di stagflazione – con la credibilità della banca centrale in dubbio – un portafoglio globale diversificato potrebbe perdere circa l’11%, perché in quel regime le obbligazioni smettono di proteggere dall’azionario.

 

Cosa portarsi a casa

La storia non offre garanzie, ma una lezione ricorrente sì: l’indipendenza di una banca centrale non è uno status acquisito una volta per tutte, è una reputazione che si costruisce in anni e si può erodere in mesi. Burns la perse assecondando la politica; Volcker la riconquistò pagandone il prezzo. Per chi investe, la morale non è prevedere quale sarà la prossima decisione sui tassi, ma riconoscere che il valore di lungo periodo di azioni e obbligazioni dipende anche da una variabile difficile da quotare: la fiducia che chi tiene il timone non lo ceda. Le posizioni più rischiose, anche qui, sono spesso quelle costruite sulla certezza che certe cose, ormai, non possano più succedere.

 

Principali fonti

Senato USA / Federal Reserve (conferma e giuramento di K. Warsh, maggio 2026); Milano Finanza, FIRSTonline, Euronews (maggio 2026); IMF, “Strengthen Central Bank Independence” (2024) ed evidenze su indipendenza e inflazione (2025); BCE, “Central bank independence in an era of volatility” (gennaio 2025); MSCI, “Central-Bank Credibility and Portfolio Risk” (gennaio 2026); Banca d’Italia, “Inflazione e shock energetici: lezioni dagli anni ’70” (QEF n. 790); Abrams, “How Richard Nixon Pressured Arthur Burns” (Journal of Economic Perspectives, 2006); Il Sole 24 Ore (Volcker). Documento a scopo informativo, non costituisce consulenza né raccomandazione di investimento.